La pietà per gli animali

La pietà per gli animali

In questo capitolo, Lorenz riflette sulla crudeltà involontaria delle condizioni di cattività in cui vengono tenute alcune specie animali, scardinando molti pregiudizi comuni. L'autore spiega che gli animali con un sistema nervoso meno evoluto o quelli con territori piccoli non soffrono affatto la gabbia se privati dei pericoli naturali.

 Scimmia

Al contrario, gli animali come i grandi antropomorfi e, soprattutto, i lupi e i grandi rapaci soffrono immensamente. Animali socialmente "complessi" o scimmie possono soffrire di una noia devastante che li porta all'autodistruzione.

 https://it.vecteezy.com/foto/5967762-la-scimmia-e-in-una-gabbia

 Lorenz si concentra sulla figura dell'aquila: l'immagine romantica dell'aquila che "brama la libertà" è in realtà una tragica interpretazione umana. Il rapace in gabbia non soffre per un ideale astratto di libertà, ma perché il suo istinto motorio e i suoi stimoli innati (come il volo ad alta quota o la reazione al vento) rimangono perennemente insoddisfatti, trasformando l'animale in un "monumento alla sofferenza". Lorenz descrive anche le sue esperienze personali con l'addomesticamento di questi uccelli, evidenziando la complessità del loro comportamento sociale e l'importanza di comprendere a fondo la loro etologia per non condannarli a una tortura psicologica.

Aquila

https://www.paoline.it/blog/bibbia/l-aquila-simboli-biblici.html

 

“La padrona compassionevole che non capisce niente crede che l'uccello le faccia un «inchino» quando ripete incessantemente quel gesto che è rimasto l'unico residuo stereotipato dei disperati movimenti coi quali all'inizio aveva cercato di uscire dalla gabbia, nei suoi ripetuti e vani tentativi di volar via.”→ Il pappagallo in realtà compie quel gesto come tic nervoso (stereotipia) dovuto al trauma della prigionia: è il residuo distorto dei suoi passati e disperati tentativi di rompere la gabbia e volare via.

“La padrona compassionevole che non capisce niente crede che l'uccello le faccia un «inchino» quando ripete incessantemente quel gesto che è rimasto l'unico residuo stereotipato dei disperati movimenti coi quali all'inizio aveva cercato di uscire dalla gabbia, nei suoi ripetuti e vani tentativi di volar via.”→ Il pappagallo in realtà compie quel gesto come tic nervoso (stereotipia) dovuto al trauma della prigionia: è il residuo distorto dei suoi passati e disperati tentativi di rompere la gabbia e volare viaPappagallo

-https://it.linkedin.com/pulse/tenete-luccello-una-gabbia-ristretta-pu%C3%B2-essere-alessio-pagnucco

 Lorenz individua il fulcro della sua critica nella falsa pietà che nasce dall’ignoranza. Secondo lo studioso, l’essere umano è portato a proiettare i propri sentimenti sugli animali, cadendo nell’antropomorfismo. Questo atteggiamento porta a interpretare i comportamenti animali attraverso categorie e codici tipicamente umani, rischiando così di fraintenderne la reale natura e il significato biologico.

 

L'Etica della Custodia

Lorenz non condanna in assoluto la detenzione degli animali, ma ne ridefinisce i doveri biologici ed etici. Chi decide di tenere un animale ha la responsabilità di:

     Conoscerne a fondo le necessità etologiche (spazio, stimoli, socialità).

     Accettare il compromesso della libertà vigilata e se non si hanno lo spazio o le competenze per garantire una vita dignitosa, l'atto migliore è la rinuncia.

 

Verso una Nuova Coscienza Ecologica

Il capitolo 9 anticipa di decenni il moderno dibattito sul benessere animale. Lorenz ci insegna che la natura non va idealizzata come un cartone animato, né sottomessa come un oggetto. La "pietà" di cui parla Lorenz non è un sentimento compassionevole, ma un imperativo morale fondato sulla conoscenza. Solo comprendendo le reali necessità biologiche dell'animale possiamo rispettarne la dignità e garantirgli benessere.

 

A cura di Gori Stella e Mascioli Caterina

Ultima revisione il 15-06-2026